«L’Italia ripartirà con modelli sociali generati da innovazioni culturali»

“Tra i primi libri della storia a vivere dell’intima connessione e del dialogo fra parola e immagine, fra pensiero e forma estetica c’è la Divina Commedia, in particolar modo il Paradiso, i cui canti centrali sono stati composti da Dante pensando ai mosaici della basilica di Sant’Apollinare in Classe, ammirati durante l’esilio a Ravenna. Ogni manoscritto miniato è un oggetto multimediale. La cultura occidentale in generale e quella italiana in particolare hanno una naturale propensione a fare dialogare cultura letteraria, cultura visiva e tecnica. La rivoluzione dell’informatica sta intensificando questo dialogo sotto condizioni nuove. Da noi negli Stati Uniti, ma anche da voi in Europa. In Italia, molti settori della società dimostrano però una difficoltà a vivere pienamente questo spirito del nostro tempo. Non basta essere consumatori accaniti della tecnologia”.

Giustiniano e il suo seguito, Basilica di San Vitale | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

Jeffrey Schnapp, 64 anni, è il direttore del metaLAB di Harvard, uno dei principali centri di ricerca internazionali in cui si prova a integrare cultura umanistica e dimensione digitale e ad operare sul profilo più avanzato e innovativo del design: “Design del sapere”, lo definisce lui stesso.

Jeffrey Schnapp, professor at the Harward University, poses before the launch of Piaggio Fast Forward on October 2, 2015 in Milan, Italy. (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)

È un italianista che, dalla letteratura medievale, è arrivato a studiare le avanguardie del Novecento e il Ventennio fascista. «La società medievale incardinata sui mercanti e la società industriale animata dai grandi capitalisti hanno molti punti in comune: la rottura di uno schema di autorità e la creazione di un nuovo modello. Adesso, però, siamo oltre: la società dell’informazione è una cosa diversa dalla società industriale. Il peso dei servizi è ormai prevalente. Soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nei Paesi europei a maggiore vocazione manifatturiera, come l’Italia».

Schnapp è un osservatore interessato e interessante da un lato della grande transizione in una modernità composta da reti e dati («sarà ormai un luogo comune, ma i dati sono davvero il petrolio del nostro tempo») e, dall’altro lato, della collocazione del nostro Paese – della nostra struttura sociale e culturale, tecnologica e industriale – all’interno del mutamento internazionale in corso fin dagli anni 90.

 

L’Italia è un diaframma che gli permette di indagare i rapporti fra letteratura e arti visive, fra arti visive e nuove tecnologie, fra nuove tecnologie e movimenti storici: «Il Futurismo è stato a lungo sottovalutato per la sua vicinanza al Fascismo. In realtà, ha rappresentato un motore innovativo straordinario, perché ha elaborato nuovi modelli utili per costruire nuove identità e per interagire con il mondo. Attraverso le arti visive e la parola scritta ha plasmato in maniera del tutto originale la moda e lo sport, la comunicazione e la cucina».

La storia italiana è un terreno privilegiato per cogliere le intersezioni e i punti di rottura, le continuità e lacerazioni fra il passato e il presente.

«Oggi in Italia si assiste spesso a un mix di xenofilia, cioè l’accettazione acritica di ciò che arriva da fuori, e di provincialismo. Rimane l’ombra dei grandi maestri. Fanno fatica a emergere talenti in grado di cambiare l’ordine delle cose e l’ordine della percezione. Questo accade perché il Paese non li accudisce e non li valorizza, non li porta in avanti e non li sostiene. È evidente il peso della gerontocrazia (significato gerontocrazia: Governo oligarchico di anziani; la detenzione del potere da parte di anziani; nella pubblicistica contemporanea, con polemico riferimento all’età media di una classe dirigente e alla mancanza di ricambio all’interno di essa – ndr). Questo vale nelle università e nel design industriale, ma temo che valga in tutta la società e in tutta l’economia italiane. Dove sono i nuovi Ettore Sottsass e i nuovi Giò Ponti?

Ettore Sottsass: OLTRE il design

Giò Ponti in cima al Pirelli 1959 – arte.go.it

Esistono. Ma tanti vivono e operano a Copenaghen e a Stoccolma, a Tokyo e a San Francisco. È una diaspora. Ai vostri talenti rimasti in Italia spesso non manca solo una radicale immersione nella contemporaneità tecnologica. Manca soprattutto la struttura sociale della grande impresa, che ha costruito l’ossatura del vostro Novecento industriale ed economico, sociale e culturale. Penso alla Olivetti, ma anche alla Pirelli e alle imprese pubbliche del mondo Iri che sapevano creare comunità di intellettuali che integravano la cultura e l’industria, la funzionalità della manifattura e l’estro della creatività».

Se l’Italia è un diaframma per interpretare le grandi tendenze della storia, la membrana di questo diaframma è appunto formata prima di tutto dal design industriale. Il suo corso alla facoltà di architettura di Harvard è basato su quattordici oggetti del design italiano: dalla Cobra Chair di Carlo Bugatti alla bottiglia del Campari Soda di Fortunato Depero, dalla Valentine di Ettore Sottsass all’ultimo televisore Brion Vega.

 

Cobra Chair di Carlo Bugatti | Art Institute of Chicago

Olivetti Valentine di Ettore Sottsass – Habitante SRL

Bottiglia del Campari Soda di Fortunato Depero – The Light Canvas

Brionvega – televisore portatile (1965) – DESIGNINDEX

«Alla fine del corso, i ragazzi devono progettare un falso storico, inventando un oggetto che risponda ai canoni di bellezza e di funzionalità, secondo il paradigma del design industriale italiano. Ha un senso farlo, perché credo che esista una capacità evocativa di carattere universale che ha reso quella esperienza storica profonda e interessante».

Il problema di oggi, in Italia, è una sorta di languida nostalgia, che si instaura su una precisa e originale articolazione estetica e letteraria, visiva e della bellezza calata nelle forme artigianali e industriali. C’è una coazione a ripetere meccanismi storici. Ci sono la gerontocrazia sociale e l’ossificazione del potere implicito ed esplicito. «L’elemento da cui potete provare a ripartire è la capacità di generare modelli sociali da innovazioni culturali. È una delle vostre cifre di lungo periodo. Magari ha dato vita ad esperienze in apparenza minoritarie. Ma, nei fatti, è il sale della terra della vostra storia. In merito alla capacità di sviluppare nuove forme di realtà partendo da nuove forme di pensiero, ricordo sempre l’architettura e il design del Bauhaus in Germania, l’avanguardia americana nella danza, nella musica e nell’architettura concepita al Black Mountain College in North Carolina e la controcultura e la cybercultura che in California hanno fatto da humus alla Silicon Valley. A questi tre riferimenti, io penso che vada aggiunto Adriano Olivetti, con la sua miscela di efficienza industriale e utopia sociale, frontiera tecnologica e senso della bellezza. Adriano Olivetti è stato una anomalia. Ma non è stato un errore della storia. Adriano Olivetti è stata la vostra storia, in grado di integrare cultura umanistica e visione tecnologica, libri e disegno industriale, pensiero sociale e mondo della fabbrica. Esiste davvero uno specifico italiano, che è insieme nella storia e al di fuori della storia».

Adriano Olivetti ritratto in fabbrica con i suoi operai, nel 1950 – Raicultura.it

– di Paolo Bricco
Fonte: ilsole24ore.com
Immagine copertina: crediti immagine Ettore Sottsass Jr., Jukebox, 1968 photo by Gianni Berengo Gardin courtesy lapietra.nyu.edu

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